Nuova stagione, ma i problemi restano

Carissimi colleghi ed associati,

la stagione 2017-2018 è al termine ed è tempo di bilanci. Abbiamo raccolto da più parti le segnalazioni delle problematiche riscontrate nell’attività arbitrale nell’arco dell’anno, sulle quale intendiamo avviare una riflessione.

Gli arbitri aspettano ancora i loro rimborsi, molti dei quali del 2017. Il sistema forfettario avrebbe dovuto velocizzare le tempistiche di rimborso, che invece si sono incredibilmente allungate. Nella scorsa stagione, si sono dovuti attendere anche sette mesi per il pagamento dei servizi prestati, in un contesto in cui le tempistiche di rimborso non sono risultate affatto prevedibili: alcuni pagamenti sono arrivati dopo poche settimane, altri dopo parecchi mesi ed altri ancora sono stati dimenticati. Il tutto, nonostante numerose segnalazioni.

Ciò avviene, benché la FIR effettui una programmazione molto anticipata delle gare nazionali, con annesso bilancio preventivo, che una volta omologate (non più di tre giorni dalla loro effettuazione) dovrebbero essere rimborsate. Gli arbitri non tardano mai nell’invio dei loro referti (diversamente le gare non sarebbero omologate e l’arbitro deferito per illecito). Non si vede per quale motivo si debbano attendere 60, 90, 120 giorni o addirittura sei mesi perché il servizio venga riconosciuto!

Il sistema forfettario obbliga gli arbitri ad affrontare le trasferte più impegnative con maggiori aggravi e difficoltà organizzative rispetto al precedente sistema di rimborso. Infatti, per poter dirigere gare di categorie superiori ed evitare di incontrare ripetutamente le stesse squadre, si è costretti ad investire di tasca propria, affrontando trasferte di oltre 300km persino per gare regionali. Il Centro-Sud è particolarmente affetto da questo problema, e Sicilia e Sardegna ne sono esempi evidenti. Di fatto, si è creato un disincentivo all’attività arbitrale nelle zone in cui la diffusione del Rugby sul territorio è meno capillare.

Sempre nelle regioni italiane, il lavoro di chi deve gestire e coordinare i gruppi arbitri non è stato minimamente semplificato. I Coordinatori devono districarsi nelle maglie di un sistema altamente burocratizzato. Essi, a causa della riforma dell’articolo 63 del Regolamento Organico, sono stati demansionati. Alcune loro attribuzioni sono state demandate ad altre figure. Per effettuare un corso, per decidere sul passaggio di categoria, per designare e valutare il percorso di crescita di un arbitro, è necessario che tre distinte figure si interfaccino, con le ovvie, maggiori difficoltà del caso. Il tutto, grazie ad una riforma di fatto non necessaria, che ha riguardato il solo settore arbitrale e che denota una conoscenza del tutto superficiale del lavoro organizzativo necessario in una Regione, oltre ad una visione miope della geografia del Rugby italiano. Più persone per compiere il lavoro che un solo individuo riusciva a svolgere: solo un aumento di costi, di burocrazia, di difficoltà organizzative. 

Il decentramento ha prodotto anche l’aumento del numero di tecnici, ora uno per ogni regione, anziché uno per ogni area tecnica. Manca l’intervento del gruppo tecnico arbitrale, dal quale non è più giunto alcun materiale per il lavoro mensile, né sono giunte indicazioni sui piani programmatici. La formazione è così svolta a macchia di leopardo. Solo alcune regioni sono partite con un’Accademia regionale arbitrale, mentre in altre (specie al Centro e al Sud) non si è avuta alcuna notizia di una simile attività. Una sperequazione dell’offerta formativa e delle possibilità che i giovani possono avere: di fatto, arbitrare in certe regioni dà meno possibilità di carriera rispetto ad altre.

Nonostante questa situazione, gli arbitri italiani sono costantemente tacciati di essere legati al denaro, unicamente preoccupati dei soldi. Sembrerebbe il contrario, quasi che gli arbitri rappresentassero un semplice costo. 

Il Rugby italiano cresce se c’è movimento. Movimento garantito dall’opera degli ufficiali di gara, che mettono a disposizione il proprio tempo, la propria passione e le proprie competenze per permettere, divertendosi, che i giocatori si divertano e crescano tecnicamente. Ma l’incentivo ad arbitrare è minimo ed il trattamento riservato è irriguardoso, anche in tema di offerta formativa. La situazione degli arbitri italiani è affetta da queste ed altre problematiche. Trovare una soluzione non è semplice, specie per chi non ha esperienza diretta, né conoscenza delle peculiarità del settore e dell’attività.
Abbiamo delle proposte realistiche, razionali ed attuabili. Siamo disposti a discuterne, prima che sia troppo tardi. Prima che si scenda in campo in trenta e non in trentuno.

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